Viterbo RACCONTO In quel piccolo borgo, poco più di un grumo di case isolato in alta collina quasi montagna
di Agostino G Pasquali

Sant'Antonio abate
Prima parte: Giustino lo Porchetto
La famiglia di Giustino Neri viveva con un porco in casa, o quasi.
Per porco intendo l’animale, il maiale. Negli anni 1938-1939 al tempo della vicenda che sto per raccontare, nel paesino di Capretta Desopra la gente parlava alla buona, in dialetto, e diceva ‘lo porco’ anche se conosceva pure il vocabolo ‘maiale’, ma non diceva mai ‘maiale’ perché per quella gente dire ‘maiale’ sarebbe stato ridicolo come oggi sarebbe ridicolo per noi dire ‘magione’ invece di ‘casa’.
Questa osservazione linguistica è utile per chiarire subito che Capretta Desopra, frazione del comune di Capretta Romana, era, negli anni trenta del secolo scorso, un borgo abitato da gente semplice, rustica, assolutamente priva delle eleganze formali e dei fanatismi globalizzati di oggi.
In quel piccolo borgo, poco più di un grumo di case isolato in alta collina quasi montagna, c’erano circa duecento abitanti, pastori o contadini.
Nella Piazza Centrale, che era l’unica vera piazza e dunque il cuore del centro abitato, si affacciavano:
- la chiesa di sant’Antonio Abate, quello degli animali; e non poteva esserci patrono più adatto a quella piccola popolazione di contadini e pastori,
- due locali affiancati, intercomunicanti e multifunzionali, che, come spiegavano le insegne, erano “Osteria con Cucina” e “Alimentari ed Emporio di Generi Diversi’,
- la bottega di un artigiano polivalente, che era insieme fabbro e falegname: il facocchio (1),
- un bugigattolo che ostentava orgogliosamente la scritta ‘Salone’, dove il barbiere, che veniva ma solo la domenica da Capretta Romana, esercitava la sua arte in una nuvola profumata di borotalco Manetti & Roberts. E questo era il massimo di civiltà cittadina che arrivava a Capretta Desopra, dove a quei tempi la vita era più simile al medioevo che al mondo di oggi.
Era un piccolo mondo a sé, come ce n’erano tanti una volta, un piccolo ‘Monno de na vorta’ per dirla con il dialetto locale.
Giustino Neri era uno degli abitanti di Capretta Desopra; era un ‘villano’, come si diceva allora senza riferimento né alla villa né all’educazione, era cioè un contadino che lavorava un suo campicello a cereali e una sua vignetta con orto intercalato tra i filari d’uva.
Bruno di capelli, abbronzato, robusto come un toro, Giustino lavorava con l’abilità e la forza dei suoi muscoli e l’uso di modesti strumenti solo manuali: vanga, zappa, rastrello, falce, forbici, accetta, e poco altro. Lo aiutavano la moglie Agata e due figli: Vittorio un maschietto di 13 anni e Italia una femminuccia di 11, che avevano finito le scuole elementari e non era certo pensabile che potessero fare altro che seguire il padre, aiutarlo e imparare il lavoro per diventare rispettivamente: l’uno un ‘villano’ e l’altra la ‘moglie di un villano’.
Quando arrivava il sabato Giustino era stanchissimo, come si può ben immaginare, e la domenica, se non c’erano lavori urgenti, si riposava la mattina fino a tardi.
Poi, indossato il vestito nero della festa, andava alla santa Messa di mezzogiorno per purificarsi l’anima con le prediche di don Benedetto, il vice parroco che veniva da Capretta Romana a dir messa la domenica e in occasione di feste religiose. Don Benedetto predicava, con parole terribili ma anche consolatorie, il purgatorio che sarebbe toccato agli ignoranti come Giustino purché si pentissero dei loro peccati, e minacciava loro con parole luciferine addirittura l’inferno se si ostinavano ad ubriacarsi, bestemmiare e fornicare.
Si chiedeva Giustino, e non era il solo a chiederselo: “Ma che diavolo è ‘fornicare’? c’entrano forse il forno o le formiche?” Ma pensava che doveva essere una peccato orribile e non chiedeva spiegazioni perché si vergognava della sua ignoranza.
Quindi nel pomeriggio giocava alla morra con gli amici, e finiva la festa all’osteria commettendo di nuovo i soliti peccati dei quali si era appena pentito la mattina: beveva troppo vino, giocava a carte e, se perdeva, diceva parole brutte, ma proprio brutte da inferno, prendendosela con i santi. Fornicava pure? Lui pensava di no, perché all’osteria non c’erano né forno né formiche.
Sovente Giustino perdeva al gioco quelle poche lire messe da parte per realizzare un vecchio desiderio della moglie Agata: avere una radio. L’acquisto era sempre rinviato. Agata, che amava la musica e in particolare le canzoni, sospirava per la radio, scuoteva la testa, e si rassegnava consapevole che la gerarchia sociale stabiliva la superiorità indiscussa del marito sulla moglie, che non doveva nemmeno brontolare.
Ma la sorte a volte è bizzarra e, in occasione di una di queste partite a carte, Giustino vinse un porcellino di circa un mese, appena svezzato, che Giglio lo Porcaro aveva messo come ultima posta, tentando di rifarsi per aver perso tutto il denaro che aveva in tasca.
Giustino riscosse allegramente la vincita, portò a casa il porcellino e disse alla moglie di farne una saporita porchetta. Però i figli, che avevano sùbito simpatizzato con l’animale, si opposero:
“Tenémolo, tenémolo…”
“Ma nun c’avemo la stalla pé tenello…” obiettò Giustino.
“E’ ciucarello (2), nun dà fastidio, addè mettémolo in un capagno (3) ne lo sottoscala...” proposero i figli.
“Tu potarissi faje…un recinto ne lo cortile. Lo ‘ngrassamo pé ‘n po’ de mesi, e, doppo, quann’è bello grosso, ce lo vennemo pé compracce la radio, ma però ce facemo lassà un po’ de ciccia da magnà.” Disse diplomaticamente la moglie, accontentando momentaneamente i figli e garantendosi l’acquisto della radio. E tutto questo senza rinunciare ad una buona mangiata di carne, cosa assai rara a quel tempo e in quel luogo.
Giustino riconobbe che la proposta della moglie era sensata e così il porcellino fu ospitato in casa come un cagnolino e tale fu trattato, almeno per qualche giorno in attesa di sistemarlo fuori.
Nel cortile, nel quale alcune galline già razzolavano da tempo immemorabile, Giustino costruì una baracchetta con avanzi di tavolame e una lamiera per tetto, recintò con vecchie reti un piccolo spazio di tre metri per tre, e questa fu la dimora di Nino. Così era stato battezzato il maiale.
Nino crebbe curato e coccolato proprio come un cane di casa. Agata si assunse il compito di portargli il ‘beverone’ tutte le mattine appena alzata. I figli pulivano tutti i giorni lo spazio di Nino e talvolta lo portavano a spasso; ed era una curiosità per tutti i paesani vedere quel porcellino passeggiare legato con una cordicella alla zampa posteriore destra, come un guinzaglio perché non fuggisse. Nino adorava le passeggiate perché trovava sempre l’occasione di mangiare qualche cosa di buono: un frutto caduto da un albero, una carota vecchia, una patata un po’ guasta, un pezzo di pane secco, che erano le offerte che qualcuno faceva per avere il privilegio di accarezzarlo.
Ora sospendo il racconto e mi permetto una digressione.
Nei paesi c’era, e c’è ancora, l’uso di chiamare le famiglie con un soprannome scelto in connessione con un particolare tipico di ogni famiglia.
Per esempio a Capretta Desopra c’erano: ‘li Caprari’ (che davano il nome al paese e al borgo), ‘li Porcari’ (ne abbiamo già incontrato uno, quello della partita a carte), ‘li Facocchi’ (artigiani tutto fare), ‘li Pegorari’ (pastori di pecore), ‘li Ciuchi’ (che significava: piccoli, di bassa statura, senza alcun riferimento agli asini), ‘la Gatta’ (femminile invariabile: non si diceva ‘Antonio lo Gatto’, ma ‘Ntogno de la Gatta’)…
La famiglia di Giustino aveva il soprannome di ‘Toscacci’ (riferito probabilmente ad un antenato venuto dalla Toscana e dotato di un carattere difficile). Ma quel soprannome venne presto dimenticato all’arrivo del porcello e sostituito da ‘li Porchetti’: Giustino ‘lo Porchetto’, Agata ‘la Porchetta’, e così via.
E ora riprendo il racconto.
Le passeggiate finirono presto, perché all’età di tre mesi Nino pesava già 40 chili ed era tutt’altro che semplice controllare una bestia di quel peso che scalciava e tirava con tutte le sue forze. Ma i maiali hanno buona memoria e Nino ricordava e soffriva di non poter andare più a passeggio a cercare qualche buon boccone. Perciò cercava di scappare, ma i ‘Porchetti’ non aprivano mai il recinto del porcile se non avevano prima chiuso accuratamente il cancello che dava sulla strada.
Quando Nino ebbe circa un anno d’età e il peso di oltre un quintale, tentò di evadere.
Avvenne un giorno che, mentre il ragazzo Vittorio puliva il porcile e perciò Nino stava in cortile occupato a rincorrere per gioco le galline, Italia la sorella tornò da fuori, aprì il cancello e impacciata dalla borsa della spesa tardò un attimo a richiudere. Ne approfittò Nino che si precipitò verso l’apertura. Italia istintivamente occupò lo spazio aperto e allargò le gambe come ostacolo per non far uscire Nino. Nino non rallentò, si infilò tra le gambe di Italia, la sollevò e si lanciò fuori portandosela in groppa. Italia, non sapendo che cosa fare, si preoccupava solo di non cadere e gridava: “Aiuto! Aiutateme!”
Una scena da ‘rodeo all’americana’, ma buffissima perché invece di un focoso cavallo c’era un maiale che aveva in groppa una ragazzina, per di più seduta al contrario, cioè rivolta verso la coda. Accorse Vittorio, accorsero alcuni vicini e Italia fu salvata.
Il porco fu costretto a rientrare, un po’ con le buone e un po’ con le cattive: qualche calcio nei prosciutti se lo prese. Ma quel giorno divenne evidente che Nino stava diventando troppo ingombrante e poteva creare problemi anche gravi. Era l’ora di trasformarlo in salumi, ma nessuno nella famiglia Neri se la sentiva di venderlo al norcino che stava a Capretta Romana, e tanto meno aveva il coraggio di ‘lavorarlo’ in casa. Però il destino o la sorte o il fato, chiamatelo come vi pare, stava per risolvere il problema guidando a modo suo le vicende di casa ‘Porchetti’.
(Leggi la seconda e ultima parte: ‘Agata e Peppino lo Facocchio’, clicca qui)
Agostino G. Pasquali
Le seguenti note sono per chi non conosce il dialetto usato nel racconto, dialetto che è tipico di una zona del viterbese.
(1) Facocchio significa: che ‘fa il cocchio’ cioè il carro. Era l’artigiano, un po’ falegname e un po’ fabbro, che costruiva e riparava i carri agricoli
(2) Piccolino
(3) Cesta






















