Viterbo RACCONTO “E allora? lo porco? … L’hai vennuto? Te la sei fatta dà un po’ de ciccia?”
di Agostino G. Pasquali

Il maiale Nino
Riassunto della prima parte.
Negli anni ’30 del secolo scorso Capretta Desopra, frazione del comune di Capretta Romana, era un piccolo borgo agricolo abitato da gente semplice. Nell’anno 1938 Giustino Neri, un contadino di Capretta Desopra, vinse al gioco un maialino di un mese, Nino, e lo allevò nel cortile di casa. In un anno Nino diventò un maiale di oltre un quintale e creò problemi in famiglia.
Il maiale doveva essere venduto, e con la vendita del maiale Agata, moglie di Giustino, sperava di poter comprare la radio che desiderava da tempo.
Se vuoi leggi tutta la prima parte, (Clicca qui): Mondo piccolo ‘de na vorta’
Seconda parte: Agata e Peppino lo Facocchio
Dopo il tentativo di fuga di Nino passò una settimana senza che si arrivasse ad una decisione sulla sorte del maiale, ma il lunedì mattina successivo Agata si svegliò e vide che il marito era già uscito senza dir nulla. Andò come sempre in cortile per dare il beverone a Nino, ma trovò che il porcile era vuoto. Pensò con sollievo che il marito avesse finalmente trovato il coraggio di vendere Nino al norcino e cominciò a pregustare una bella braciolata sui carboni e soprattutto l’acquisto della radio.
La sera Giustino tornò dal lavoro scuro in volto e chiaramente imbarazzato. La moglie gli chiese subito:
“E allora? lo porco? … L’hai vennuto? Te la sei fatta dà un po’ de ciccia?”
Giustino evitava di rispondere, girava qua e là per la cucina, apriva un cassetto e lo richiudeva, apriva lo sportello della credenza e lo richiudeva, come se cercasse qualcosa, e in effetti cercava il coraggio di dire alla moglie la terribile verità. Alla fine sbottò:
“Lo porco? Iersera, me lo so giocato e… l’ho perso…”
Agata impallidì, restò senza fiato e dunque senza parole. Giustino ormai aveva detto il peggio e ora desiderava solo confessare la sua colpa sperando nella comprensione della moglie. Fece un discorso contorto, lungo e anche oscuro nelle giustificazioni, quasi impossibile da riferire, quindi lo riassumo.
Spiegò dunque che, come succede ai disgraziati che hanno il vizio del gioco, quando uno perde gli viene l’ansia di rifarsi ed è disposto anche a rovinarsi. Lui aveva perso tutto il denaro che aveva con sé, ma si era controllato e non si era rovinato, però aveva perso anche… il porco… ma lì si era fermato. Del resto, aveva concluso, il porco era arrivato con la fortuna delle carte, e con la sfortuna delle carte se ne era andato.
Agata, che intanto aveva ripreso un po’ di spirito e sentiva montare la rabbia e la voglia di litigare, disse:
“ Stronzo! ’mbecille! Ma novi l’avémomo (4) ‘ngrassato e c’avémomo perso lo tempo... Ma chi è che te l’ha vencio? (5)”
“ Peppino lo Facocchio…”
Agata impallidì di nuovo e non disse più nulla. Si sentiva particolarmente colpita non solo per la perdita di cibo pregiato, atteso e pregustato per mesi, non solo per la radio che non sarebbe arrivata nemmeno questa volta, ma perché Peppino lo Facocchio era stato un suo pretendente. A lei era piaciuto perché da giovane era un bel ragazzo e poi era un ‘artisto’(6), ma le famiglie avevano reciproci vecchi rancori e si erano opposte e, in quel luogo e a quel tempo, i giovani ubbidivano ai genitori, controvoglia, ma ubbidivano.
Agata non parlò più al marito e se ne andò a letto senza preparare la cena. Ai figli disse provocatoriamente: “Facete da per vovi. Faceteve pa’ (7) co la ciccia, ciccia de porco, de lo porco che nun c’è più!”
* * *
Il giorno dopo Giustino si alzò presto come al solito e andò a lavorare nella vigna portando con sé i figli. La moglie continuava a non parlargli e restò a casa brontolando tra sé e sé: “Ce penzo io, io c’ho da penzà!”
Quando la sera Giustino e i figli tornarono a casa trovarono una sorpresa: Nino stava di nuovo nel porcile di casa loro e Agata stava canticchiando tutta allegra la prima strofa della canzone ‘Ninì Tirabusciò’:
Chillu turzo ‘e mio marito
Nun se pò cchiù suppurtà.
Ll’aggi’a cosere o vestito.
Mm’aggi’a mettere a cantà.
Giustino non conosceva il dialetto napoletano, perciò non capiva il proposito di Ninì (‘cucire il vestito al marito’ nel senso di fargli uno scherzaccio), e quindi non immaginava quello che Agata voleva fare o forse aveva già fatto. Fu invece contento di trovare che alla moglie era passato il malumore ed era insolitamente allegra, le chiese spiegazioni ed ebbe come risposta un vago: “Peppino c’ha ridato lo porco. Doppo, doppo te ricconto gnibbè!(8)”
Dopo cena, mandati a letto i figli, Giustino pretese una spiegazione, che Agata gli dette in poche parole, con uno sguardo insieme furbo e un po’ sfottente:
“Tu te ricordi che Peppino ce penneva co’ mme, e pure a mi esso me piaceva. Allora so ita (9) da esso, a bottega, e l’ajo (10) detto che se me voleva ancò un po’ de bbene, me doveva ridà lo porco…”
“E esso che t’ha detto?”
“ M’ha detto: “Te lo do, ma se pure tu me voi ancò bbene, me lo devi dimostrà, dicemo, una vorta ar mese pé sei mesi.”
“E… tu?”
“E io ajo accettato…e ajo pagato subboto la prima rata…. sinnò lo porco nun me lo dava, ma l’antre rate se le po’ scordà. Ma tu, tu nun te ce devi ‘rrabbià, perché era come si nun c’ero, nun ajo sentito gnente. Io vojo bbene solo a tte, anche se da le vorte sei ‘mbecille e te fai fregà.”
Questa volta fu Giustino a rimanere senza fiato e senza parole.
Sentiva una grande confusione di sensazioni: era stato umiliato in quello che è più sacro per un uomo, cioè la fedeltà della propria donna, provava vergogna per aver commesso un errore e umiliazione perché a ripararlo era stata la moglie. Ma a che prezzo? Soprattutto si meravigliava di non sentirsi arrabbiato con la moglie.
Bisogna considerare che l’animo umano è veramente illogico nelle faccende di sentimento. In quel momento Giustino non si preoccupava del fattaccio, del tradimento, dell’umiliazione e delle corna. Ma si preoccupava che la gente lo venisse a sapere. Già il suo soprannome originario ‘Toscaccio’, era stato cambiato in ‘Porchetto’, e la cosa non gli era piaciuta. Ora come lo avrebbero ribattezzato? ‘Giustino Lo cornuto’?
Era possibile evitare che la gente lo sapesse? No, impossibile! Peppino se ne sarebbe vantato di sicuro, specialmente se Agata non avesse pagato la seconda rata del debito. E dunque doveva spingere la moglie di nuovo tra le braccia di Peppino? Oppure doveva ammazzare Peppino secondo le regole d’onore? e dopo ammazzare anche la moglie?
Giustino andò a letto, ma non riuscì a prendere sonno subito, come gli succedeva normalmente quando era stanco e tranquillo. La moglie già dormiva e ronfava leggermente, mentre lui si girava e rigirava, pensava e ripensava senza arrivare ad una conclusione. Passò così la nottata riuscendo a mala pena a riposare con un sonno breve, agitato e pieno di incubi: coltellate, sangue, carabinieri, manette, processo, carcere... e i figli, poveri figli! vestiti di nero e messi in un orfanotrofio.
La mattina seguente Giustino uscì di casa tardi, non andò al lavoro, ma si diresse alla bottega di Peppino. Aveva deciso: la cosa doveva essere risolta da uomini tra uomini. Aveva in tasca un coltello a serramanico, ma non era sicuro di saperlo e volerlo usare. Si rendeva conto di non essere un assassino, non aveva avuto nemmeno il coraggio di macellare il porco! Uccidere magari no, ma una lezione a Peppino gliela doveva dare, una vendetta se la doveva prendere. Se no che figura avrebbe fatto di fronte ai compaesani? Le corna si eliminano con il coltello, mica con le chiacchiere.
Arrivò in piazza mentre Peppino stava piallando una tavola per rifare il fondo di un vecchio carro.
Peppino era robusto, molto robusto perché non si può fare il mestiere del ‘facocchio’, che è anche fabbro, senza essere robusti. Era robusto e alto e perciò Giustino doveva sfruttare la sorpresa.
Vedendo arrivare Giustino, Peppino smise di lavorare, sorrise e allungò la mano per una stretta amichevole. Giustino gli allentò senza preavviso un pugno con tutta la violenza di cui era capace mirando alla mascella. Peppino se ne accorse, cercò di schivare, ma fu colpito alla spalla. Il colpo fu così violento che Peppino cadde all’indietro e si trovò lungo disteso a terra. Rimase così, sbalordito e incerto su come reagire. Giustino gli fece cenno di rialzarsi, ma la sua posa da pugile in guardia, le braccia alzate e i pugni chiusi pronti a colpire, dicevano chiaramente quale era la sua intenzione.
Peppino non accettò la provocazione, si tirò su a sedere e disse:
“Ah, Giustì, ma che te sei ‘mpazzito. Me pensavo che me venivi a ringraziamme e invece…”
“Invece t’avarei da ‘mmazzà pe’ quello che hai fatto a mi moje!”
“E che j’ho fatto? J’ho ridato lo porco e pure gràtise…”
“E gnent’antro? Nun j’hai fatto… na proposta… nun te ne si pprofittato?”
A Peppino, che stava ancora a terra e si massaggiava la spalla dove era stato colpito, venne un dubbio e lo espresse:
“ Ma che tu ha penzato che io me so’ sco…, nun me fa ddì parolacce… Agata? A ddì la verità, m’era parso che essa quasi ce stava, quasi quasi me se offriva… pé riavé lo porco… ma te pare? Io a Agata j’ho voluto bene angià quann’eromo (11) regazzi, ma solo co lo penziero. L’ajo sempre rispettata…”
“Ma… allora perché je l’hai ridato ‘sto porco?”
“Perché Agata m’ha fatto tenerezza e… un po’ pena, come m’hai fatto pena tu l’antra sera quanno tu ha perzo. Eri disperato… e se vedeva… e tutti ridevono e tu quasi ce piagnevi… Io, grazzie a Dio, sto bbè de conomia, la robba m’avanza. A vovi lo porco è ricchezza, per mi è un de ppiù. Ma addè, damme ‘na mano, ma tranquillo però… bbono? Me juti a rialzamme?”
La pace fu presto fatta, come si conviene a uomini impulsivi ma onesti. Tornato a casa Giustino fece un breve processo alla moglie che confessò:
“E vero, t’ajo riccontato ‘na buscìa (12). Ma ‘na lezziò te ce voleva.”
* * *
Qualche giorno dopo Nino fu venduto al norcino e l’armonia tornò nella casa di Giustino, tornò insieme alla radio e alle braciole che il norcino aveva messo da parte per loro.
Agata, che aveva una bella voce intonata, cantava accompagnandosi con la radio: ‘Parlami d’amore Giustì…’ e Giustino ascoltava compiaciuto.
Altre volte Agata cantava il ritornello di‘Violino tzigano’ che faceva:
Forse pensi anche tu
A un amore, laggiù
Sotto un cielo lontan
e allora Giustino si innervosiva anche perché, quando faceva qualche cosa che non piaceva ad Agata, lei lo minacciava così: “ Sta attente, che se ce ripenzo… co’ Peppino…”
Agata minacciava per scherzare, ridendo ingenuamente, ma Giustino aveva imparato che con le donne non si può mai stare tranquilli né essere sicuri che dicano la verità, tutta la verità. Di tanto in tanto ripensava all’episodio di Peppino e gli veniva il sospetto che Agata e Peppino qualche cosa, magari solo qualche carezza e un bacio…
Allora si toccava istintivamente la fronte perché gli sembrava di sentire un po’ di prurito.
FINE
Agostino G. Pasquali
Note per chi non conosce il dialetto usato nel racconto, dialetto che è tipico di una zona del viterbese.
(4) Novi = noi, avemomo = avevamo
(5) Vinto
(6) In certe zone del viterbese si usava dire ‘artisto o artista’ intendendo ‘artigiano’
(7) Vovi = voi, pà = pane
(8) Ogni bene, cioè tutto
(9) Andata
(10) Ho
(11) Già quando eravamo
(12) Bugia






















