Viterbo SENTIMENTO E FANTASIA Valeria, come sempre impulsiva e decisa, vuole ridare vita ad una vecchia amicizia
di Agostino G. Pasquali
(Inizia dal n° 1, per leggerlo, clicca qui)

All’ufficio postale di Roma Prati, Giulio e Valeria si sono salutati con la promessa di rivedersi tre giorni dopo, alle 8 di sera a casa di Valeria. Perché?
Forse perché Giulio deve riparare l’impianto idraulico di Valeria? Ma no!
Valeria, come sempre impulsiva e decisa, vuole ridare vita ad una vecchia amicizia, interrotta mezzo secolo prima, e però mai dimenticata.
Alle 8 in punto, o meglio alle ore 20 in punto, Giulio si trova davanti al portone del palazzo dove abita Valeria.
Giulio è un ‘precisino scrupoloso’, che, detto in parole più semplici, significa ‘piuttosto pignolo’ con gli orari.
Tutti quelli che soffrono di “precisite” (ma è poi una malattia? o è un pregio?) arrivano in anticipo agli appuntamenti. Così Giulio è arrivato alle ore 19 e 50 minuti.
Ma presentarsi in anticipo è più sconveniente che arrivare in ritardo e perciò ha dovuto far passare dieci minuti facendo diverse volte a piedi il giro dell’isolato, sotto lo sguardo curioso dei rari passanti che hanno notato quell’anziano signore distinto, vestito con pantaloni jeans, sneackers e blazer blu notte, e con in mano un mazzo di rose rosse.
* * *
Giulio era entrato poco prima nel negozio di un fioraio e ne era uscito con quel vistoso mazzo di rose. Aveva chiesto ad una commessa un consiglio su cosa portare in omaggio ad una signora. La commessa lo aveva ascoltato ‘da commessa’, cioè con meccanica e insulsa cortesia, poi gli aveva chiesto: “E’ il vostro anniversario di matrimonio? Forse le nozze d’argento… o d’oro? Suggerirei una composizione, un bel cestino… Ma se si tratta di… come dire… un incontro… ehm… niente di meglio che rose rosse. ”
Era arrossito leggermente, Giulio, poi, schiarita la voce, aveva detto con quella poca autorevolezza che le circostanze gli consentivano: “No! vado a trovare una ‘vecchia amica’ che non vedo da… qualche anno”, calcando il tono della voce su quel ‘vecchia amica’ perché sospettava strani pensieri nel cervellino di quella stronzetta impicciona. Un attimo di esitazione. Ma sì! Rose rosse siano!
* * *
Ora è lì, davanti al portone, sotto l’occhio vigile di un videocitofono.
Essere guardato da un occhio elettronico mette sempre tutti un po’ a disagio. Giulio, ben al centro del campo visivo della telecamera, controlla se tutto è a posto. Istintivamente si tocca il colletto per centrare la cravatta, come faceva sempre in ufficio quando stava per incontrare persone importanti. Ma la cravatta non c’è. Non l’ha più messa da quando è in pensione. Ricorda le discussioni e i rimproveri di sua moglie (pace all’anima sua) che lo voleva sempre elegante e incravattato pure quando andavano al supermercato. Lui l’ha sempre odiata, la cravatta, quella cravatta che per lui era il simbolo della schiavitù della carriera. Chissà se Valeria ci tiene?
Preme il pulsante. La griglietta del citofono gli porta la voce metallica di Valeria: “Terzo piano, prendi l’ascensore”. Sente uno scatto e il portone si schiude.
Valeria lo fa entrare nel suo appartamentino ‘da scapola’ - come dice lei - piccolo, anche piuttosto modesto nell’arredamento, ma gradevole per i colori e i particolari, moderno ma senza stranezze, soprattutto confortevole e profumato discretamente di lavanda. “Meno male…” pensa Giulio cui non piacciono le case con l’odore così detto di ‘vissuto’, che in realtà è puzza di ‘cucinato’.
Giulio teme un po’ quel primo momento d’incontro, non sapendo bene come comportarsi. Ma Valeria è disinvolta, lo abbraccia e gli dà subito un bel bacio guancia a guancia. Gli toglie di mano il mazzo di rose, lo ringrazia e gli dice scherzosamente :
“Perbacco! Rose rosse! Ora sei diventato anche galante. Non immagini quanto mi fa piacere. E sei pure elegante. Siediti qui. Questa è la mia poltrona preferita, con i braccioli e lo schienale regolabile. Metto le rose in un vaso e ti offro un aperitivo. Analcolico? E poi chiacchieriamo un poco, prima di cena... qualche bel ricordo? Ti ricordi l’ultima gita che abbiamo fatto insieme?
Pensa! Ne abbiamo fatti di giri, tu ed io in quei pochi mesi che abbiamo lavorato a Viterbo. Mi hai fatto conoscere tutto il viterbese. Mi è tanto piaciuto che ci sono tornata con Sandro, da sposati, e gli ho dovuto fare da guida, un po’ imbranato com’era. Ma non pensar male, è stato una perla di marito e ci volevamo tanto bene, però non aveva la tua praticità e il tuo senso di orientamento. Ti ricordi, a proposito di orientamento, l’ultima nostra gita? a Siena? pochi giorni prima del mio trasferimento a Roma?”
Valeria è insolitamente logorroica. E’ difficile fermarla ed inserirsi nel discorso. Probabilmente perché è un po’ emozionata anche lei, ma non vuole farlo vedere. Ora però va in cucina a sistemare le rose e a preparare gli analcolici, e così Giulio può ricordare la gita a Siena. E come non ricordarla? Fu quasi tragica!
Oggi si può andare da Viterbo a Siena percorrendo la vecchia via Cassia, sono circa 150 Km, ma si può anche scegliere l’autostrada: è un po’ più lunga, 190 Km, ma semplice e veloce. Negli anni sessanta c’era solo la Cassia, tortuosa e complicata per i numerosi attraversamenti di centri abitati. Ci volevano più di tre ore.
Appunto intorno alla metà degli anni sessanta Giulio e Valeria, allora giovanissimi, erano a Viterbo per lavoro (l’ho già raccontato) e ne avevano approfittato per visitare le tante belle località viterbesi. Ma Valeria desiderava visitare anche Siena prima di essere trasferita a Roma. Di Siena aveva sentito parlare molto bene da chi ci era stato e chiedeva periodicamente a Giulio di portarcela. Anche a Giulio piaceva l’idea di visitare quella città, ma sei ore di viaggio, tre per andare e tre per tornare, gli sembravano un impegno sproporzionato per una gita di un giorno solo.
Però le donne sono come le gocce d’acqua che, dai e dai, scavano anche la pietra più dura. Giulio era tutt’altro che una pietra dura e, dopo una decina di “forse… vedremo…”, acconsentì. Veramente Giulio bleffò acconsentendo: infatti era tranquillo perché Valeria stava per essere trasferita a Roma e quindi poteva prometterle la gita a Siena, tanto non ci sarebbe stata più l’occasione di farla. Ma perse la scommessa. Valeria lo incastrò : “Fra dieci giorni ho il trasferimento. Allora domenica andiamo a Siena. Me lo hai promesso.”
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Agostino G. Pasquali






















