Viterbo SENTIMENTO E FANTASIA Valeria, come sempre impulsiva e decisa, vuole ridare vita ad una vecchia amicizia
di Agostino G. Pasquali
(Inizia dal n° 1, per leggerlo, clicca qui)

 

     Partirono per quella gita la domenica mattina e arrivarono a Siena alle undici.

     Fu facile entrare in centro con l’auto. Allora non c’erano zone chiuse al traffico, c’erano però tanti sensi unici.

     Girarono per una buona mezz’ora alla ricerca di un parcheggio, ma nelle vie del centro c’erano pochi posti per parcheggiare ed erano già occupati.

     Siena gli sembrò un labirinto: giravano e rigiravano, ma condizionati dai sensi unici finivano per ritrovarsi sempre a piazza del Campo. Infilarono un senso unico dalla parte sbagliata. Li fermò un vigile al quale Giulio spiegò la sua difficoltà di trovare un parcheggio. Il vigile fu gentile e comprensivo:

     “Vedo he ‘un sete pràtisci.  Di mmodo he ‘un vi fo la mmulta.  Pigliate huesta traversina, andate bonini pe’ un  dugento metri. Dipoi a sinistra gli è una piazzina co’ il parcheggio; ‘un si pole sbaglià”.

     Giulio ricorda ancora oggi nitidamente, a distanza di cinquant’anni, quella cortesia, e ricorda bene l’effetto che gli fece quella parlata gentile, musicale, ricca di diminutivi e di fonemi aspirati. Un effetto insolito per lui, abituato al dialetto greve e all’aggressività dei ‘pizzardoni romani’.

      Trovarono il parcheggio, proprio come aveva detto il vigile, e tornarono a piazza del Campo a piedi. Facilissimo perché, a Siena, andando a piedi, le strade o portano a piazza del Campo oppure  ad un’uscita dalla città, ed è impossibile sbagliare direzione perché la Torre del Mangia, in piazza del Campo, è così alta e dominante che si vede praticamente sempre, ed è quindi un riferimento sicuro.

      Era ormai mezzogiorno e decisero di mangiare qualcosa e riposare. Sedettero fuori di un ristorante di Piazza del Campo, una delle piazze più belle d’Italia, sicuramente la più originale con la sua perfetta forma a conchiglia. Fu per loro come tuffarsi nell’epoca dei Comuni. Tutto ricordava quel periodo, tanto l’ambiente era conservato integro e puro, senza quegli scempi moderni o miscele di stili che si trovano in tante pur belle città italiane. Tutto parlava della Siena comunale:  la pavimentazione in cotto, i palazzi con mura di mattoni, le finestre bifore e trifore con vetrate all’antica, i grandi decori in ferro battuto a far da lampioni.  

      Passò pure una sfilata di sbandieratori, preceduti da tamburini e seguiti da personaggi in costume. Oggi gli sbandieratori ci sono un po’ dappertutto e non fanno più impressione, ma allora erano una rarità e vedere la loro abilità nel lancio delle bandiere, lo scambiarsele dopo un volo a parabola, il riprenderle al volo apparentemente senza difficoltà…  sapeva quasi di magia.

       Nel pomeriggio visitarono il duomo, ricco di marmi e decori tanto da rivaleggiare, soprattutto all’interno, con il duomo di Firenze e quello di Orvieto.

       Il tempo intanto era volato via e non ce n’era più per vedere altri monumenti. Dovevano riprendere la strada per tornare.

       “Sarà meglio avviarci all’auto. Siamo stanchi. Magari ci fermiamo per strada a prenderci un caffè e a dare un’occhiata a qualche borgo, se c’è tempo…” propose Giulio.

       “Si torniamo, è meglio” concordò Valeria che era anche un po’ annoiata. Perché le donne sono spesso così, cioè piene di entusiasmo in partenza, ma inclini ad annoiarsi presto, a meno che non si vada per negozi di scarpe… Che cosa hanno le scarpe per incantare così le donne? Giulio non l’ha mai capito…  (e nemmeno io).

       “Oddio! Ma dove sta l’auto? Dov’è il parcheggio?” chiese Giulio a Valeria. Ma era una domanda posta male, perché la doveva rivolgere a se stesso.

       “E io che ne so? Non mi dire che non sai, che non ti ricordi dove hai parcheggiato!” disse Valeria ridendo.

       “C’è poco da ridere. Nella fretta e nella confusione del momento non ho pensato a leggere il nome della piazza e nemmeno a prendere un riferimento : il nome di un bar, un negozio… Ma ‘niente paura’! Io ho un buon senso di orientamento.” 

       E’ facile dire “senso di orientamento” se si è una rondine o un piccione viaggiatore, non altrettanto se si è un uomo che non ha altro riferimento che :  “dugento metri” da Piazza del Campo. Tornarono in quella piazza.

      Chi conosce Siena sa che da Piazza del Campo si dipartono a raggiera due vicoli, una ‘costa’ e cinque strade. Giulio scartò i vicoli, perché troppo corti e angusti, e la ‘costa’ perché era a scalini. Scartò tre delle cinque strade perché due erano in discesa e una in salita. Ricordava abbastanza bene che loro erano arrivati in piazza per una via piana. Di vie pianeggianti ce n’erano due, dunque una delle due era quella buona. Fece questi ragionamenti ad alta voce e, dopo l’ultimo sillogismo stradale, ebbe l’approvazione finale di Valeria:

     “Giusto! E’ vero! Sei proprio bravo! Ragioni bene come uno Sherlock Holmes!”

     “Elementare, Watson!”  così Giulio si degnò di accettare il complimento.

      Ma quale delle due era la strada buona? Provarono a percorrerle a piedi per duecento metri circa, anche un po’ di più, perché come si fa a determinare le centinaia di metri a occhio?

     Andarono avanti e indietro più volte, prima per l’una e poi per l’altra strada, ma non trovarono la “piazzina” che gli aveva indicato il vigile. Il problema era che il vigile gli aveva fatto percorrere una traversa (maledetti i sensi unici!),  e loro non se la ricordavano.

       “Ora che facciamo?” 

       “Già che facciamo?”

       Percorsero di nuovo le due strade con l’ansia che montava progressivamente, accelerando il passo, accelerando il battito cardiaco, quasi con il fiatone, ma non trovarono la piazza, o meglio non trovarono l’auto, perché di ‘piazzine’ ce n’erano diverse e sembravano tutte uguali, ma l’auto no, l’auto non c’era.  Giulio cominciò a sospettare che fosse stata rubata, ma non disse niente a Valeria che era già abbastanza inquieta.

       Intanto il tempo passava. E’ incredibile come passa veloce il tempo quando ce n’è poco e si deve eseguire un’operazione che non si riesce a concludere.

       “Non si può continuare così…” disse Giulio fermandosi a far riprendere un po’ di fiato a Valeria che ormai ansimava.

       “E allora?”

       “Allora direi che ci conviene tornare a Viterbo con il treno. Domani dobbiamo stare al lavoro. Oppure dormiamo qui in albergo e, domani, telefoniamo in ufficio e chiediamo un giorno di ferie…”

       “Dormire qui? Ma sei matto? Così stasera mi telefona Sandro al convento e non mi trova… già è un po’ geloso e sospettoso… vuoi mandare a monte il mio matrimonio?”

        “Allora torniamo a Piazza del Campo. Lì c’è sempre qualche vigile, gli raccontiamo il nostro guaio e…”

        “Il nostro guaio? E’ il ‘tuo’ guaio, mi dirai! Gli raccontiamo? Noo! ‘Tu’ racconti! Non mi immischiare”.

         In certi casi, in casi come questo, le donne, che sono prontissime a provocare guai, ne danno poi sempre tutta la colpa agli uomini. Ha cominciato Eva nel paradiso terrestre e poi…

        “Va bene! D’accordo: è il ‘mio’ guaio!  Comunque devo dare a un vigile i dati dell’auto. Penso che i vigili non avranno difficoltà a trovarla, magari domani o dopodomani … se l’auto c’è da qualche maledetta parte. Poi torno io a prenderla. Ma poi?...  noi, intanto, andiamo subito alla stazione.”

        Tornando a Piazza del Campo Giulio si confermava sempre più nella angosciante convinzione del furto e valutava se non fosse meglio fare ufficialmente una denuncia. Un certo rossore gli si stava diffondendo in viso, un po’ per l’affanno e un po’per la vergogna. C’è da vergognarsi se si subisce un furto? Direi di no. C’è da arrabbiarsi, questo sì. Ma le persone per bene si vergognano di essere derubate, come se fosse una colpa loro.

        Arrivati in piazza Valeria avvistò un vigile, lo indicò a Giulio e disse:

        “Ma non è quello di questa mattina? Se è lui si ricorderà dove ci ha mandati.”

        Era proprio quello. Si ricordò del fatto e si offrì gentilmente di accompagnarli. Trovò piazza e auto, che però stavano in una strada diversa da quelle che Giulio e Valeria avevano battuto e ribattuto. “Vai un po’ a fidarti del senso di orientamento!” rifletteva tra sé e sé Giulio. Si sarebbe preso a schiaffi da solo, ma invece di schiaffeggiarsi ringraziò il vigile, il quale, mentre i due salivano in auto,  commentò:

     “Però vo’ sete un pohino strullini, ovvia? home dite voi? sbadati! Oh che vvenite da Viterbo?

     “Sì, perché?” chiese Valeria in tono risentito.

     “Scusate, ‘un volevo miha offende, ma noi si disce hosì, senza malizia. Oh che vvoi di Viterbo  ‘un dite forse : “Che vieni da Siena?”  per dire a uno che l’è un tantino matto. Ma sempre senza malizia, si hapisce!”


    (Leggi la quarta puntata, clicca qui)

(Continua...)

Agostino G. Pasquali

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