Viterbo SENTIMENTO E FANTASIA Olimpia? Mi sarebbe proprio simpatica. Mi piacciono le donne sicure e volitive…
di Agostino G. Pasquali
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San Martino al Cimino, Porta Romana
(Archivio Mauro Galeotti)
Ecco ciò che Valeria legge nella brochure del “B&B - Le querce gemelle’, che Giulio le ha dato.
San Martino al Cimino è un ameno borgo, distante 5 km da Viterbo, situato a 560 metri di altezza s.l.m., immerso nel verde dei boschi di castagni e faggi che rivestono i Monti Cimini, con una splendida vista panoramica sulla maremma tarquiniese fino al mare. San Martino ha avuto origine dai fatti singolari, che qui di seguito sono narrati.
E’ documentato che un primitivo insediamento abbaziale fu realizzato dai monaci benedettini, proprio dove ora c’è San Martino, già prima dall’anno 838, ma non ne resta alcuna traccia materiale. Nel XIII secolo i monaci cistercensi di Pontigny eressero nello stesso luogo una nuova abbazia. A ridosso del complesso religioso si sviluppò anche un modesto insediamento civile che visse però stentatamente fino alla metà del XVII secolo. Volete avere un’idea di come potesse essere l’abbazia e il povero villaggio che vi si addossava per sopravvivere? Allora pensate al film ‘Il nome della rosa’. Stesso ambiente, stesso clima, stessa vita grama,in una dimensione però più modesta.
Nell’anno 1612 donna Olimpia Maidalchini, viterbese poco nobile ma molto ricca (era vedova di un ricco borghese), sposò Pamphilio Pamphili, romano poco ricco ma molto nobile, che la introdusse nella nobiltà romana e in particolare nell’ambiente papale.
Volitiva, spregiudicata e ambiziosissima, Olimpia divenne tanto potente da far eleggere papa suo cognato (Papa Innocenzo X). Per questo fu soprannominata “la Papessa”, perché in Vaticano comandava più del Papa, al quale era legata, in tutti i sensi, più che a suo marito Pamphilio.
Donna Olimpia non fu accettata bene dai romani, che anzi la detestarono, e fu ripetutamente oggetto di ‘pasquinate’. Eccone una:
Chi dice donna dice danno
chi dice femmina dice malanno
chi dice Olimpia Maidalchina
dice donna malanno e rovina.
Nel 1639 Donna Olimpia rimase vedova. Qualche voce maligna mormorò che Pamphilio fosse stato avvelenato e che Donna Olimpia non fosse estranea al misfatto. Comunque, divenuta libera, poté dedicarsi più assiduamente alle sue frequentazioni vaticane.
Nel 1645 il cognato papa, per compensarla della sua ‘pia devozione’, le donò l’abbazia di San Martino e tutto ciò che era annesso e connesso. Le terre erano però trascurate e l’abbazia era in rovina. Ma il regalo più importante per l’ambizione di Olimpia fu l’assegnazione del titolo nobiliare di ‘Principessa di San Martino’.
Orgogliosa del titolo e colpita dalla bellezza naturale del luogo, sebbene selvaggio e decaduto, Donna Olimpia volle che il principato avesse anche una degna sede cittadina. Fece ricostruire e ampliare il borgo sotto la direzione di grandi architetti (vi lavorarono, almeno come consulenti, anche il Borromini e il Bernini), lo cinse di mura, fece ricostruire l’abbazia ed erigere un solenne palazzo per lei.
Dopo questi lavori non c’era più un villaggio, ma una vera e propria piccola città, che era però quasi disabitata e dunque triste.
Si racconta, e qui la storia diventa un po’ leggenda, che Olimpia non si scoraggiò, andò a Roma o forse a Tarquinia, fece il giro delle carceri e promise il condono della pena e una casa ai detenuti che avessero accettato di abitare a San Martino. Molti accettarono e vi si trasferirono. Presto però cominciarono a lamentarsi perché il paese era abitato da soli uomini. “Ci penso io” promise donna Olimpia, come sempre sicura di sé e decisionista.
Partì nuovamente, fece il giro dei bordelli e offrì alle prostitute una casa, un marito e una dote, alla condizione di abitare a San Martino. Molte accettarono… e così fu popolato e prese vita il borgo, capoluogo del principato di San Martino.
La nuova abbazia cistercense e il palazzo Doria-Pamphili, fatti costruire da Donna Olimpia, dominano maestosamente ancora oggi la parte alta di San Martino al Cimino.
Per la ricostruzione del borgo Donna Olimpia volle un piano urbanistico che prevedeva ‘case a schiera’, tutte uguali e digradanti sul pendio. Fu una intelligente anticipazione della moderna urbanistica dei quartieri residenziali. Le case originali sono state in gran parte modificate nel tempo, ma è possibile vederne un intero blocco, restaurato e conservato con cura dagli attuali abitanti, lungo tutta la via Luigi Cadorna.
* * *
Valeria ha letto il brano tutto d’un fiato. E’ entusiasta della storia ed esclama:
“Se non fosse che donna Olimpia era una arrivista disonesta, se non fosse che ha abbondantemente cornificato il marito e forse l’ha pure avvelenato, mi sarebbe proprio simpatica. Mi piacciono le donne sicure e volitive…”
La interrompe Giulio:
“Se non fosse che sei Valeria e che ti conosco abbastanza per fidarmi, mi faresti paura e ti caccerei via subito. Come fai ad ammirare un mostro di donna simile?”
“Hai ragione, mi sono fatta prendere dall’entusiasmo per la positività di quella donna, in questo molto moderna, direi; ma ho trascurato i lati negativi che sono tanti e gravi e ne fanno, come dici tu, un mostro. Ma dimmi, piuttosto: è proprio tutto vero?”
“Quasi tutto. Vuoi sapere dove la storia sfuma nella leggenda? Ecco, per esempio, non ci sono prove che Olimpia avesse in qualche modo tramato per la morte del marito. Ma dati i tempi e considerati gli usi, non ci sarebbe da stupirsi se l’avesse fatto. Circa la popolazione di origine - diciamo - un po’ anomala, idem. Non ci sono documenti che attestino la provenienza dei nuovi abitanti di San Martino da carceri e bordelli.
Devi considerare che nei secoli passati leggenda e storia si mescolavano facilmente. Pensa a Robin Hood, personaggio metà storico e metà leggendario. Robin Hood fu detto ‘Il principe dei ladri’, perché rubava ai ricchi e comandava una banda di delinquenti, ma, nonostante il titolo nobiliare non proprio apprezzabile, fu assolutamente degno di ammirazione.
Così Donna Olimpia fece cose eccellenti, e questa è storia, però ne fece altre quanto meno discutibili, e anche questa è storia. Ma domando: meritò forse di essere definita “principessa dei ladri e delle puttane” per una possibile maldicenza? Non credo. Quella maldicenza non è stata mai provata e io l’ho riportata nella brochure come possibile verità oppure probabile leggenda. Anzi mi ripugna un po’ anche solo ipotizzarla”.
“D’accordissimo! Piuttosto, visto che abbiamo il pomeriggio libero, perché non me le fai vedere queste opere di Olimpia? Quando ci venni con te, l’altro secolo, vidi l’abbazia, ma me la ricordo poco, e non mi pare proprio di aver visto le case a schiera.”
“Prontissimo, andiamo. Così, in centro, ci compriamo qualche cosa da mangiare. Qui si trova un pane eccellente e, ma non sempre, anche una porchetta squisita.”
Entrano in San Martino dalla porta ovest, nella parte bassa del borgo.
Ora Valeria vede in alto, in cima alla salita centrale, l’abbazia imponente e dominante, e resta, per modo di dire, senza fiato. I due salgono a piedi per l’erta salita fino al piazzale antistante l’abbazia. Ci arrivano senza fiato e, in questo caso, non è un modo di dire. Ma il panorama da qui verso la pianura tarquiniese fino al mare è spettacoloso.
Scendono poi per via Cadorna passando tra le case a schiera, proprio ben conservate e suggestive. Tutte uguali, digradanti, due piani e scala d’accesso sporgente sulla strada. Fiori ai davanzali e lumi in ferro battuto appesi ai muri. Se non fosse per qualche auto parcheggiata e per le antenne TV, sembrerebbe di stare nel ‘seicento’.
Ma si sa: auto e TV sono il progresso. Oggi le auto, rumorose inquinanti ma veloci, hanno sostituito le carrozze, romantiche ma lente. E la TV? Nel seicento non era neppure immaginabile, ma penso che le serate fossero più allegre perché almeno non c’erano i telegiornali con le loro cronache di corruzione, guerre, delitti, attentati, reprimende di Bruxelles, e, peggio di tutto, gli sproloqui di Grillo, Landini, Renzi e Salvini.
Percorsa a scendere tutta la via Cadorna, Giulio e Valeria si trovano nuovamente alla porta ovest. Giulio suggerisce:
“Per oggi basta. Dobbiamo sistemare le nostre cose a casa e pensare alla cena. Ma invece di stare a casa, questa sera, perché non andiamo in pizzeria? Conosco una pizzeria proprio carina nei pressi dell’abbazia. E domani… domani andiamo al lago di Vico, qui vicino. Ti ricorda qualcosa?”
La domanda è molto insinuante. Valeria sorride maliziosamente a Giulio e gli si stringe al fianco.
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Agostino G. Pasquali






















