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Viterbo CRONACA Certe decretazioni d’urgenza mi puzzano assai

 

L’Italia si dibatte tra innovazione e vecchi difetti.

L’on Paola Bonafè, PD, per esempio, ne incarna uno dei peggiori, ovvero il difetto di decidere le questioni urgenti che riguardano gli italiani nelle direzioni dei partiti, anziché nella sua sede naturale, vale a dire il Parlamento, quale espressione diretta della sovranità popolare.

Un difetto vecchissimo questo, che non conosce prime, seconde o terze repubbliche di sorta. Ricordate quando le crisi di governo si decidevano nelle segreterie dei partiti politici, anche quello che contava non più dello 0,02%?

L’on. Bonafè ci ha illuminato infatti sulla gran mole di lavoro e di confronto che sta animando la direzione del PD circa le tematiche più scottanti: art. 18, riforma della giustizia, snellimento e tagli nella e della burocrazia, dimenticando però che così facendo, proprio il PD è uno dei quei partiti che sta mettendo in crisi (e non è una crisi da poco) l’idea stessa di Parlamentarismo.

E’ nel Parlamento infatti che, a mio giudizio (e non solo mio) si incarna e si manifesta il primato della politica. Un primato che fra decretazione d’urgenza e longa manus dei partiti politici in Italia rischia seriamente di diventare una chimera.

Quando si toccano aspetti fondamentali del diritto del lavoro, come lo Statuto dei lavoratori, cassa integrazione ed ammortamenti sociali non si toccano infatti solo aspetti economici del lavoratore, ma della persona stessa, si toccano la sua dignità, ed il suo diritto ad essere parte integrante della vita sociale e politica della nazione, il suo diritto a mantenere una vita dignitosa per sé e per la sua famiglia.

Per questo certe decretazioni d’urgenza mi puzzano assai e molto assomigliano alla situazione politica in cui la decretazione d’urgenza era il fior fiore dell’Italia prefascista, fascista e post fascista. Ora non vorrei sembrare stucchevole, ma un tale terreno di confronto purtroppo lo ha scelto e lo sta scegliendo pericolosamente il Presidente del Consiglio Renzi.

Sono sicuro infatti che se la crisi sta mordendo pesantemente l’Italia non è certo colpa dell’art. 18, del debito pubblico o dello spread che a mio avviso (e non solo mio) nulla hanno a che vedere con la recessione. Se le aziende chiudono non è colpa dell’art. 18, se gli investitori stranieri non investono in Italia non è colpa dell’art.18.

A proposito, si sono mai sognati i nostri governanti, Renzi in testa, di mettere in piedi un piano industriali per l’Italia? Cosa sono più importanti, per esempio, il Turismo, la manifattura tessile o i servizi (basti pensare alle aziende telefoniche di cui l’Italia era una delle eccellenze e dove anche su questo terreno, un tempo fertile, siamo stati capaci di perdere occasioni).

Secondo Unimpresa, oltre il 65% degli italiani fa spesa presso i discount; le imprese italiane sono onerate dal 63% di tassazione annua; non si creano posti di lavoro, se non si crea la domanda, ovvero se le famiglie italiane non consumano, con gli stipendi che hanno ridotti al lumicino (altro che 80 euro mensili, medicina ridicola!).

Passi pure, dunque, ma con molta, molta prudenza la riforma del lavoro, va bene la riforma della giustizia, snellendo soprattutto i tempi di attesa dei processi, va bene la cura dimagrante per la burocrazia e la pubblica amministrazione, ma stiamo certo che tutto questo non sarà sufficiente se allo stesso tempo non saranno rivisitati, denunciati e riscritti quei maledetti parametri di Maastricht, quel mostruoso ed ideologico 3% (segnali incoraggianti da Bruxelles non arrivano, soprattutto dopo che Renzi ha miseramente fallito la sua partita europea) che, Pitagoricamente parlando, non è affatto legge dei numeri, ma la peggior burocrate dittatura, che sta strangolando ed uccidendo intere nazioni.

Se non ci togliamo di torno la Merkel ed il suo ordoliberismus la ripresa economica per l’Italia sarà soltanto una pia illusione. Renzi tiri dalla sua parte la Francia ed insieme comincino un lavoro di convincimento a rivedere il trattato di Maastricht, che come tutti i trattati non è un tabù o un dogma di fede. Faccia presto Renzi, perché altrimenti le riforme strutturali saranno solo un flatus vocis.

 Giuseppe Bracchi

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